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Muro del pianto a Gerusalemme, perché vederlo

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Muro del pianto a Gerusalemme, perché vederlo e perché la tradizione vuole che si inseriscano bigliettini contenenti preghiere all'interno delle fessure, leggi il post e vedi la diretta live grazie alla webcam.

Pochi luoghi sprigionano una religiosità come Israele, e Gerusalemme in particolare, così capace di coinvolgere e affascinare anche laici e miscredenti. Culla delle tre religioni monoteiste, raccoglie resti e simboli di Cristianesimo, Islam ed Ebraismo. Sono luoghi appartenenti a una o più religioni, condivisi o più spesso contesi. Il muro del pianto è uno di questi.

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Tecnicamente parlando, il Muro del pianto non è altro che il muro occidentale di contenimento che sosteneva la parte esterna della spianata del Monte Moriah, dove sorgeva il Secondo Tempio, ma, per gli Ebrei, ha un grandissimo valore evocativo e simbolico. Il Tempio, o ciò che oggi ne rimane, è infatti il luogo più sacro all’Ebraismo.

Un Primo Tempio era stato fatto erigere sul Monte Moriah da Salomone circa novecento anni prima della nascita di Cristo. La scelta di quel luogo era stata dettata dal fatto che, secondo la tradizione, sulla grande lastra di roccia incastonata nel monte venne fondato il mondo.

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Lì, inoltre, Dio raccolse la terra per creare Adamo e sempre lì Isacco arrivò quasi a sacrificare suo figlio per dimostrare a Dio la propria fede. All’interno del Primo Tempio, Salomone pose l’Arca dell’Alleanza, segno visibile della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, contenente le Tavole della Legge, date da Dio a Mosè. Quando il re di Babilonia Nabucodonosor II conquistò Gerusalemme nel 586 a.C., il Tempio fu saccheggiato e poi distrutto e il popolo ebraico ridotto in schiavitù e condannato all’esilio.

Il Secondo Tempio fu costruito nel 515 a.C. alla fine dell’esilio babilonese, nello stesso luogo in cui sorgeva il primo. Per allargare l’area pianeggiante intorno al tempio, Erode fece costruire dei muri di contenimento e riempire di detriti lo spazio circostante l’altura. Quando i Romani conquistarono Gerusalemme nel 70 d.C., dando origine alla diaspora ebraica, il tempio venne nuovamente distrutto e tutto ciò che rimase in piedi fu il muro occidentale di contenimento, HaKotel Ma’aravih.

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Da allora gli Ebrei vengono al Muro a piangere la perdita del luogo a loro più sacro. Questa, assieme al fatto che quando pregano gli Ebrei ortodossi si dondolano avanti e indietro muovendo la testa come se piangessero, è una delle possibili spiegazioni del nome del Muro Occidentale.

Il Muro oggi si trova nella Città Vecchia, ai piedi della Spianata delle Moschee, uno dei luoghi più sacri all’Islam. È preceduto da una grande piazza, sempre gremita di gente, che funge da sinagoga all’aperto. Avvicinandovi al Muro noterete che l’area viene divisa in due parti: la zona a sud, più piccola è riservata alla preghiera delle donne, mentre quella a nord, più grande è per gli uomini. Se riuscite a farvi largo e ad arrivare al Muro vedrete che tra una pietra e l’altra le persone inseriscono dei bigliettini: si tratta di preghiere; si dice infatti che le preghiere inserite nel Muro vengono esaudite.

Terra Santa - 2010

L’accesso al Muro del pianto è consentito gratuitamente ai fedeli di tutte le religioni, di giorno e di notte, tutti i giorni dell’anno. È importante avere un abbigliamento e un comportamento decoroso, per gli uomini indossare la kippah e attenersi al regolamento esposto all’ingresso per quanto riguarda l’uso della macchina fotografica. Se siete curiosi, potete dare un’occhiata in diretta grazie alla webcam.

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Informazioni sull'autore
Francesca decide di nascere in Emilia una 'manciata' di anni fa per trasferirsi immediatamente in Romagna dove vive tutt'ora con una gatta tigrata, una grigia e un compagno biondo. Iniziata agli studi scientifici e matematici li mette naturalmente da parte per dottorarsi in storia contemporanea e intraprendere parallelamente una carriera di barman, una di storica della Shoah e una di piccolo editore. Le piace mangiare e sperimentare e andarmangiando gira e conosce il mondo.
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